La Storia del Movimento Cooperativo

Introduzione

Il movimento cooperativo affonda le sue origini nella storia dell’economia agricola, industriale, terziaria moderna.Esso presenta, sì, delle analogie con fenomeni sociali più lontani nel tempo, come le corporazioni di epoca imperiale romana e poi medievale. Ha anche, però, una sua caratteristica distintiva: il legame con lo sviluppo del movimento dei lavoratori nel quadro della crescita della produzione e degli scambi, dalla prima rivoluzione industriale in poi.

 

Il dar vita, da parte dei lavoratori e dei ceti popolari, a imprese economiche in forma associativa (il fatto, cioè, di porre alla base dell’iniziativa economica il “co-operare”, il “fare insieme”) è da sempre una scelta non solo difensiva e conservatrice, come era stata quella delle corporazioni, con le quali i produttori dei diversi settori difendevano le esclusive e i privilegi, ma attiva e fiduciosa nella possibilità di poter partecipare da protagonisti, non da semplici subordinati, alla crescita dell’economia e della ricchezza.

 

La cooperazione ha origini comuni con altre due forme di organizzazione del mondo del lavoro: la mutualità e il sindacato. Con queste condivide il principio “l’unione fa la forza”, ma si distingue nel modo di attuarlo.La società di mutuo soccorso, infatti, ha lo scopo di coprire i rischi in cui possono incorrere i soci (malattie, disoccupazione, necessità impreviste , etc.) ripartendone preventivamente i danni mediante la costituzione di un fondo comune formato dalle quote associative.

 

Il sindacato, a sua volta, punta innanzitutto a rafforzare la posizione dei lavoratori nei confronti delle “controparti padronali”: suo fine è quella di liberarli dalla netta subordinazione che consegue all’isolamento individuale di chi vive del proprio lavoro rispetto a chi, possedendo i mezzi della produzione, ha il potere di determinare le condizioni in cui lo stesso lavoro si svolge e il livello della sua retribuzione.

 

Il sindacato, dunque, è innanzitutto un soggetto di contrattazione collettiva.La cooperazione, invece, finalizza l’unione dei soci alla promozione di un’attività economica a cui essi partecipano tutti insieme: si tratti di aprire un negozio di generi di prima necessità per garantirsi acquisti più a buon mercato, o di dar vita a un cantiere in cui occupare le proprie capacità di lavoro per assicurarsi occupazione e reddito; si tratti di comperare in comune attrezzature e sementi per la propria attività agricola o di procurarsi un’abitazione a condizioni più vantaggiose; siano insomma, i soci, soggetti dell’offerta o della domanda, lavoratori, produttori autonomi o consumatori, quella a cui danno vita, in ogni caso, è una forma di impresa economica.

 

Nella cooperazione i soci esprimono, dunque, una forma di previdenza che ricorda quella mutualistica (del resto, ai principi della mutualità si ispira anche la cooperazione) e insieme una volontà di “contare di più mettendosi insieme”, analoga a quella che anima il sindacato. La traduzione di tutto questo in impresa è, però, ciò che rende inconfondibile la scelta cooperativa: è il suo contributo specifico alla costruzione di una estesa democrazia economica e sociale.

 

Una vicenda più che secolare ha intrecciato e diviso le sorti di cooperazione, mutualità, sindacato. La mutualità è diventata un valore comune all’intera società, fino a essere assunta dagli Stati come funzione propria in forma di previdenza sociale pubblica, dalle pensioni alla sanità. Il sindacato, per suo conto, si è affermato come soggetto contrattuale nei confronti non solo del padronato, ma anche dei governi: la pratica della “concertazione” ne fa uno dei protagonisti delle grandi scelte economiche dei paesi democratici. L’esperienza della cooperazione, pur essendo cresciuta in misura a volte notevole, e pur avendo dimostrato di sapersi adattare alle condizioni istituzionali ed economico-sociali più diverse, è rimasta però limitata a una sfera minoritaria della società e dello stesso mondo del lavoro. Forse perché è la scelta più difficile: fare impresa senza disporre, alle spalle, di un’accumulazione di ricchezza già consolidata.Anche per questo, forse, la storia del movimento cooperativo è stata narrata finora, in Italia e altrove, in modo così frammentario e parziale: non è facile, sulla base dei testi disponibili, farsene un’idea complessiva.. Del resto i cooperatori, gente tanto pratica quanto idealista, hanno badato più a fare, a costruire giorno per giorno, che a lasciare memoria di sé.Nelle pagine che seguono il lettore non si aspetti di veder colmate le lacune e le parzialità della storia della cooperazione così come la si può trovare nelle numerose pubblicazioni disponibili: se avrà pazienza, però, proveremo a fornirgli, in un arco di tempo che si spera non infinito, un racconto semplice di come le cose, più o meno, sono andate nel nostro Paese.

 

Le origini

Nel Regno di Sardegna, ai tempi di Cavour

 

La storia della cooperazione in Italia corre parallela alla vicenda economica, sociale, culturale e politica della nazione.La nascita della prima cooperativa (Torino, 1854) precede di sette anni la formazione del Regno d’Italia, che avverrà nel 1861 dopo il ricongiungimento del Mezzogiorno, conquistato da Garibaldi con la spedizione dei Mille, al Centro-Nord appena unificato (tranne Roma e le Venezie) sotto la monarchia sabauda.Il movimento cooperativo italiano ha origine in quel Regno di Sardegna che svolge un ruolo trainante nel processo di unificazione nazionale. Non è difficile indicarne i motivi. Il Regno viveva, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, quello che nei libri di storia sarà indicato come il “decennio di preparazione”, caratterizzato dai successi del liberalismo economico e politico di Cavour dopo il fallimento, con la sconfitta nella prima Guerra d’Indipendenza (1848-49), sia del tentativo dinastico di Carlo Alberto, sia di quelli federalisti del cattolico Gioberti, del monarchico Balbo, dei democratici Cattaneo e Ferrari, sia infine del repubblicanesimo unitario di Mazzini.Il mantenimento dello Statuto Albertino concesso nel 1848 (col diritto d’associazione che esso sanciva all’art.32), malgrado le spinte interne ed esterne alla restaurazione; l’apertura all’Europa (soprattutto alla Francia e all’Inghilterra); l’opera di ammodernamento dell’economia promossa con decisione dal Conte di Cavour: sono tutti elementi che portarono un forte rinnovamento nel tessuto sociale del Regno, prima di tutto in Piemonte e in Liguria.I ceti operai, che cominciavano a formarsi grazie al primo sviluppo industriale moderno, sperimentavano con le Società di Mutuo Soccorso gli iniziali strumenti di difesa della propria condizione di vita e del proprio futuro. Prima del 1850 esistevano in tutta Italia 48 Società di Mutuo Soccorso, delle quali 17 in Piemonte (in Lombardia e i Toscana erano 4, in Veneto 9, in Emilia 7). Dal 1850 1l 1860 ne furono costituite, in tutt’Italia, 158: di queste ben 98 in Piemonte, 9 in Liguria, 2 in Sardegna, 27 in Lombardia, 7 in Veneto, 6 in Emilia e in Toscana. Alla vigilia dell’Unità le Società di Mutuo Soccorso erano 206 in tutto il Paese.La nascita delle prime cooperative si lega all’esperienza della mutualità, come vi si legherà più tardi anche quella dei primi organismi di “resistenza”, vale a dire dei sindacati. L’idea di dar vita, da parte degli stessi lavoratori, a una vera e propria azienda qual è la cooperativa, si presenta come un prolungamento e un potenziamento dello strumento mutualistico: un mezzo più attivo e dinamico per far valere i propri interessi in una società e in un mercato spesso ostili.

 

Nel frattempo in Europa…

 

Quando in Italia nascono le prime cooperative, numerose esperienze dello stesso tipo sono già in corso in altri Paesi d’Europa.Terra d’origine dell’economia cooperativa è l’Inghilterra , dove la prima rivoluzione industriale aveva portato un profondo sconvolgimento nelle condizioni di vita dei ceti produttivi tradizionali: la prima cooperativa moderna e capace di durare nel tempo (altri esperimenti analoghi erano stati tentati nei decenni precedenti, ma si erano rivelati effimeri) nasce a Rochdale nel Lancashire, non lontano da Manchester, capitale dell’industria cotoniera.Qui, nel 1844, ventotto tessitori, colpiti dalla spietata concorrenza della grande industria, danno vita alla prima cooperativa di consumo, il cui scopo è di fornire ai soci generi di prima necessità a prezzi non gravati dalla speculazione. I soci fondatori di quella storica cooperativa (che esiste e opera ancora oggi) sono ricordati col nome di “probi pionieri” (“equitable pioneers”) e il loro merito principale sta nell’aver introdotto un modo di funzionamento nuovo della società cooperativa: vendita dei generi non più a prezzo di costo, ma a prezzo di mercato, quindi comprendente una quota di utile commerciale, da distribuirsi fra i soci a fine anno in proporzione agli acquisti effettuati da ciascuno di essi presso la cooperativa.Questo criterio di distribuzione degli utili, detto “ristorno”, consentì di dare maggiore solidità e coesione alla cooperativa, rendendola capace di resistere nel tempo (poiché la sua gestione non si affidava più al puro volontarismo, ma faceva leva anche sull’interesse) e fa parte di quei “principi di Rochdale” che costituiranno da allora in poi il punto di riferimento ideale dell’economia cooperativa.I principi basilari della Cooperazione, che da allora furono indicati (in onore della loro cooperativa, la “Rochdale Equitable Pioneers’ Society”) come “Principi di Rochdale” sono sette e precisamente:

 

  • adesione volontaria dei soci;
  • libera elezione, da parte di tutti i soci, degli organi direttivi ed amministrativi della società cooperativa ( “controllo democratico”);
  • pratica del “ristorno”, o distribuzione degli utili ai soci in proporzione alle transazioni con la cooperativa (acquisti, conferimenti, prestazioni lavorative) effettuate da ciascuno di essi;
  • interesse limitato alle quote sociali;
  • vendita per contanti;
  • neutralità politica e religiosa;
  • sviluppo della educazione cooperativa.

Dal 1844 in poi, la cooperazione di consumo si sviluppa notevolmente nell’Inghilterra industriale (nel 1891 supererà il milione di soci) e vi costituirà sempre, fino ai giorni nostri, il settore trainante e il modello dominante dell’intero movimento cooperativo britannico (così avverà anche in altri Paesi dell’Europa del Nord). Nel 1864 viene costituita a Manchester la Cooperative Wholesale Society: un consorzio di 56 cooperative di consumo che contano nel complesso 18.337 soci. Nel 1868 un’analoga struttura consortile è costituita per la Scozia, raggruppando 57 cooperative, a Glasgow.Attorno alla cooperazione di consumo, e sempre restandole legati, si svilupperanno nel Regno Unito i settori cooperativi del credito e della produzione. Fra i promotori della cooperazione inglese vanno ricordati Robert Owen, industriale filantropo, e il movimento cartista. La vicenda del movimento cooperativo britannico si intreccerà, nel Novecento, con quella del movimento sindacale e di quello laburista. Esiste tuttora, all’interno del Labour, un “partito cooperativo” in grado di eleggere un certo numero di deputati alla Camera dei Comuni.

 

In Francia le prime esperienze cooperative si legano sia alle idee dei “socialisti utopisti” (Saint-Simon, Fourier, Proudhon), sia alle iniziative fiorite in occasione della rivoluzione del 1848 soprattutto per impulso di Louis Blanc: gli “Ateliers Nationaux” (“Officine Nazionali”: fabbriche pubbliche istituite per garantire lavoro ai ceti popolari) e soprattutto il sostegno della Repubblica alle cooperative operaie (un fondo di 3 milioni di franchi e norme di accesso preferenziale agli appalti pubblici). Alla fine del 1849 si conteranno a Parigi ben 255 cooperative operaie di produzione.Il modello cooperativo francese si differenzia dunque da quello britannico per la presenza forte e autonoma della cooperazione di produzione, finalizzata alla garanzia dell’occupazione dei soci-operai e spesso sostenuta da politiche pubbliche. Nel 1864 viene creata la Camera consultiva delle cooperative. Nel 1893 nasce la Banca cooperativa delle Società operaie di produzione. Lo stesso Napoleone III emette un provvedimento di sostegno alle cooperative di produzione.L’importanza della cooperazione di produzione a base operaia non impedisce tuttavia lo sviluppo di quella di consumo (la prima cooperativa francese di questo tipo nasce a Lille nel 1848), e più tardi della cooperazione agricola e di credito agrario: è del 1860 la Banca centrale di credito agricolo, mentre a cavallo dei due secolo si sviluppano le Casse di credito agricolo mutuo, prima locali, poi regionali.Fra i maggiori promotori della cooperazione in Francia va ricordato Charles Gide, teorico della “repubblica cooperativa” destinata a regolare l’intera economia e promotore nel 1912 del “patto di unità” sulla cui base la cooperazione francese si diede un’organizzazione unitaria superando le precedenti divisioni.

 

In Germania il ruolo trainante nella nascita e nello sviluppo dell’economia cooperativa è svolto dalla cooperazione di credito. Nel 1840, ad Anhausen, Friedrich Wilhelm Raiffeisen fonda la prima Cassa rurale di ispirazione cattolica (questo tipo di banca cooperativa prenderà senz’altro, nei Paesi di lingua tedesca, il nome di “cassa Raiffeisen”; e si chiamerà Banca Tedesca Raiffeisen l’Istituto centrale di credito fondato nel 1876).Dalle Casse rurali sarà poi promossa la cooperazione agricola di ispirazione cattolica. Ai primi del Novecento nascerà anche, per iniziativa di Wilhelm Hesse, l’Unione nazionale delle cooperative agricole tedesce, di ispirazione non confessionale.La cooperazione di credito ha il primato, nello sviluppo del movimento cooperativo in Germania, anche al di fuori del mondo agricolo. Nel 1850, per iniziativa di Hermann Schulze-Delitzsch, nasce la prima Banca popolare. Dalle Banche popolari, operanti in ambiente urbano, sarà promossa anche la cooperazione di consumo. Non mancheranno tuttavia i contrasti fra le rispettive basi sociali: operaia quella della cooperazione di consumo, prevalentemente piccolo e medio borghese quella delle Banche popolari. Per questo numerose cooperative di consumo saranno espulse, nel 1902, dall’organizzazione nazionale a cui aderivano insieme alle Banche popolari.

 

In Italia: un modello misto

 

L’Italia dell’Ottocento non sceglierà uno solo dei tre modelli offerti dall’esperienza della cooperazione europea: né quello inglese dominato dalla cooperazione di consumo, né quello francese che si caratterizza per il primato della cooperazione operaia di produzione, né quello tedesco dove sono le cooperative di credito a svolgere il ruolo principale. Lo sviluppo della cooperazione nel nostro Paese fonderà caratteristiche proprie di tutti e tre i modelli. La prima cooperativa italiana è una cooperativa di consumo analoga a quella inglese di Rochdale. Si tratta del “Magazzino di previdenza” sorto a Torino nel 1854 (anno di carestia, particolarmente duro per i ceti popolari della capitale piemontese) per iniziativa dell’Associazione Generale degli Operai: una società di mutuo soccorso già operante da anni in città, così come altre associazioni di categoria (alcune di esse già provvedevano alla distribuzione fra i soci di generi di prima necessità a prezzo di costo).La prima cooperativa di produzione sorge due anni dopo (1856) ad Altare dintorni di Savona: le danno vita, su iniziativa del medico Giuseppe Cesio, col nome di “Associazione artistico-vetraria”, 84 artigiani del vetro del piccolo centro ligure, che la concorrenza dell’industria mette sempre più a rischio. Se il “Magazzino” torinese aveva tratto origine dalla preesistente mutua operaia, la cooperativa dei vetrai di Altare provvederà essa a dotare i propri soci di una cassa pensioni e di una società di mutuo soccorso.Dal 1856 alla fine del secolo il movimento cooperativo si diffonde e nascono molte cooperative nel settore del consumo, della produzione e del credito (casse rurali e banche popolari).Nel 1886 a Milano si tiene il primo congresso dei cooperatori italiani che fonda la Federazione Nazionale delle Cooperative, dal 1892 Lega Nazionale delle cooperative.

 

In Italia dal 900 al nuovo millennio

 

Nel primo ventennio del nuovo secolo, a parte la parentesi buia legata al primo conflitto mondiale, il movimento continua a crescere e si rafforza, anche grazie ad una legislazione più attenta alla questione sociale ed al sostegno di statisti quali Giolitti e Luzzatti.Oltre ai socialisti, anche i cattolici si fanno promotori di cooperative. I questo periodo i cattolici escono dalla Lega e fondano la Confederazione delle Cooperative Italiane, mentre si costituiscono la Federazione delle Cooperative tra ex combattenti, il Sindacato nazionale delle Cooperative ed il Sindacato italiano delle cooperative di matrice fascista.Tra il 1919 ed 1924 il fascismo colpisce duramente la cooperazione democratica di ispirazione socialista, cattolica e repubblicana, accusata di svolgere “opera antinazionale”.Nel 1925 il fascismo, conquistato il potere, sciolta la Lega e la Confederazione, intraprende una riorganizzazione dei settori cooperativi. Viene creato l’Ente Nazionale per la cooperazione.Nel 1945, dopo la devastante esperienza del secondo conflitto mondiale, inizia la ricostruzione morale e materiale dell’Italia e della cooperazione. Vengono rifondate la Lega e la Confederazione.Lo slancio dei cooperatori, che hanno dato un contributo non secondario alla Resistenza, trova un giusto riconoscimento nell’art. 45 della costituzione repubblicana che riconosce la funzione sociale della cooperazione.Tuttavia sulle speranze di un profondo rinnovamento sociale cala il gelo della guerra fredda. Il mondo si divide in due blocchi contrapposti ed in Italia si interrompe bruscamente l’esperienza dei governi di unità nazionale.Nel 1952 nel movimento sindacale e nella cooperazione si opera la scissione. I socialdemocratici ed una parte di repubblicani escono dalla Lega e danno vita all’Associazione Generale Cooperative Italiane.Dopo le misure persecutorie contro il movimento cooperativo di ispirazione socialista promosse dal governo Scelba tra il 1954 ed 1955, gli anni sessanta, con il centro-sinistra, offrono un clima in parte nuovo e più favorevole allo sviluppo della cooperazione.La diffusione del movimento cooperativo prosegue e si sviluppa nel decennio successivo: le cooperative assumono sempre più i connotati di impresa a tutti gli effetti e si preparano alle nuove sfide degli anni Ottanta e Novanta, anni in cui si confrontano sul mercato con le grandi trasformazioni del sistema produttivo e con la concorrenza crescendo e sviluppandosi senza perdere di vista la specificità del modello cooperativo ed i valori ad essi correlati, ossia la solidarietà e la mutualità.Nel 1985 sul piano legislativo nasce la legge Marcora per le aziende in crisi che i lavoratori vogliono trasformare in cooperativa.Nel 1991 nasce la legge che promuove e sostiene le cooperative sociali, mentre nel 1992 viene varata la legge di riforma sulla cooperazione che si propone tra l’altro di incentivare la capitalizzazione dell’impresa mediante l’autofinanziamento e favorendo la crescita del socio imprenditore e sovventore.Nel 2001 infine la legge sul socio lavoratore segna un’importante svolta nell’ambito della definizione del rapporto sociale e di lavoro tra le cooperative ed i soci,All’inizio del nuovo millennio il movimento cooperativo italiano è chiamato ad affrontare ulteriori nuove sfide per difendere il proprio ruolo e le proprie specificità, ampliando il proprio orizzonte oltre i confini nazionali ed oltre i tradizionali canali di interscambio cooperativo, attrezzandosi sempre più modernamente sul piano del management, della tecnologia e della finanza e preparandosi ad affrontare le più recenti novità legislative, dalla riforma della legge sul socio lavoratore alla nuova disciplina sul diritto societario.


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